Lo Steri grande dei Chiaramonte di Agrigento. Dal documento storico al documento architettonico
Data:
3 Giugno 2019
di Giuseppe Lentini*
“Il documento/monumento”, così l’Ecole des Annales (1929), degnamente rappresentata da J. Le Goff in una voce per l’Enciclopedia Einaudi spiegava la stretta dipendenza tra il documento, che conosciamo, e il monumento (inteso quale documento, perché testimonianza di una eredità del passato, un segno), tanto da poter a buon diritto affermare: il documento è monumento, e il monumento è documento[1].
Ambedue sono importanti ed essenziali per la ricerca storica, se questa non vuole rimanere meramente événementielle e, invece, educere, cioè condurre il ricercatore, verso una conoscenza del passato.
Ma prendere per verità colata un documento, ci ammoniscono gli storici degli Annali, ci può condurre all’errore degli studiosi positivisti, cioè a non considerare le testimonianze monumentali come documenti e scrivere una storia parziale[2], che non tiene conto che «la storia si fa con i documenti scritti, certamente, quando esistono. Ma la si può fare, la si deve fare senza documenti scritti se non ce ne sono. Con tutto ciò che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per produrre il suo miele se gli mancano i fiori consueti. Quindi con delle parole. Dei segni. Dei paesaggi e delle tegole. Con le forme del campo e delle erbacce. Con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro. Con le perizie su pietre fatte dai geologi e con le analisi di metalli fatte dai chimici. Insomma, con tutto ciò che, appartenendo all’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, dimostra la presenza, l’attività, i gusti, e i modi di essere dell’uomo. Forse che tutta una parte, la più affascinante, del nostro lavoro di storici non consiste proprio nello sforzo continuo di far parlare le cose mute, di far dire loro ciò che da sole non dicono sugli uomini, sulle società che le hanno prodotte, e di costituire finalmente quella vasta rete di solidarietà e di aiuto reciproco che supplisce alla mancanza del documento scritto?»[3].
Così siamo chiamati a leggere quel preziosissimo documento che sono anzitutto le antichissime vestigia dello Steri Chiaramontano, attraverso le trasformazioni che hanno subito, e scoperte dal recente restauro della facciata del seminario. Questo muro ci racconta una storia che, avvalorata dai documenti reperiti presso l’Archivio Capitolare e l’Archivio Storico Diocesano, illumina un passato ormai perduto, ma che ancora permane nel presente attraverso quell’articolata realtà che noi chiamiamo Seminario e dove oggi ci troviamo.
Anzitutto rileviamo che uno studio accurato anche dal punto di vista architettonico circa lo Steri grande di Agrigento, a parte poche notizie trascritte da alcuni studiosi[4], non è mai stato compiuto. Questo restauro, che ha portato alla luce tanti elementi, potrebbe essere uno sprone a tale approfondimento avvincente e necessario.
In occasione del 350° anniversario di fondazione del Seminario il prof. Giovanni Zirretta, Conservatore del Museo e insegnante di storia dell’arte nel locale Liceo Ginnasio “Empedocle”, propose una relazione in merito allo Steri dei Chiaramonte in Agrigento[5]. Questa, oltre a tracciare le vicende della famiglia Chiaramonte ad Agrigento e la nascita dello Steri attraverso le fonti edite dal Lauricella, illumina circa la struttura e la composizione architettonica che poteva avere questo grande palazzo, rilevando però che «oggi non è possibile – dopo le molteplici trasformazioni subite attraverso i secoli – individuare con precisione la primitiva mole dello Steri chiaramontano senza prima effettuare un attento lavoro di indagine mediante lo scrostamento degli intonaci che ricoprono buona parte delle strutture medievali»[6]. Cosa che è stata di recente fatta. Per aiutare questa ricerca, la pergamena, citata da tutti gli studiosi dei Chiaramonte e conservata presso l’Archivio Capitolare[7], viene in nostro aiuto.
Si tratta di un documento notarile con il quale il vescovo di Agrigento Bertoldo concedeva a Manfredi Chiaramonte un tenimento di case, in parte a pian terreno e in parte con un primo piano in Agrigento (tenimentum domorum, in parte terraneum, et in parte soleratum in praedicta civitate Agrigenti) appartenuto una volta al Capitolo della Chiesa di Agrigento, insieme ad un altro fabbricato, che fu dato in censo annuo alla nobile signora Giacinta di Catania e da essa fu ristrutturato, ed anche un casalino appartenente alla chiesa di Agrigento (necnon et quoddam casalinum praedicte nostrae Ecclesiae)[8] che insieme a quelle case saranno pagate con un censo annuo di tre rotoli di cera le case e dieci once di cera per il casale nella festa di San Gerlando.
Nella seconda parte del documento, dopo tutte le promesse di censo perpetuo e le clausole di rito, si da, come era consuetudine fare, l’ubicazione esatta del tenimento di case. I confini sono: «ad oriente vi è il casalino senza tetto, cioè probabilmente un rudere da ristrutturare, usato per le scuole della nostra Chiesa di Agrigento[9], per cui questo casalino è della nostra Chiesa[10]; ad occidente c’è la pubblica via e il muro della città; a settentrione vi è anche il muro della città e a mezzogiorno vi è la pubblica via».
Un particolare curioso di questo documento è la scritta maiuscola che compare strappata al margine destro del documento. Una misteriosissima scritta? un codice? No. Soltanto una garanzia per ambedue i contraenti. Come nell’antichità quando si stipulava in accordo i due contraenti dividevano un pezzo di legno, un pezzo di metallo, ecc., per riconoscersi o riconoscere gli eredi, accostando le due metà, in questo atto è esplicitamente detto che ne venivano fatte due copie simili di questo contratto divise dall’alfabeto, così nel futuro, accostando i due documenti ci si poteva rendere conto se era stata fatta una falsificazione[11].
Queste case furono poi risistemate dai Chiaramonte che ne fecero un grande palazzo. Sulla porta dello Steri, adesso si vedono dei residui di antiche iscrizioni. Sottoposte alla mia attenzione dalla Dott.ssa Brancato con fotografie ad alta risoluzione, ho potuto scorgere con sicurezza un’invocazione [MI]SERERE NO[BIS] alla fine della riga di iscrizione. Ma, andiamo con ordine.
Anzitutto l’iscrizione è molto lacunosa, ogni supposizione potrebbe essere esatta ed errata allo stesso tempo. Sulle prime, ad un’analisi superficiale, forse influenzato dai documenti già letti nel nostro Archivio:
- il primo la pergamena già citata, nella quale si dice che le case date a Manfredi di Chiaramonte erano appartenute a Giacinta di Catania, città dove nasce il culto a sant’Agata;
- il secondo del 1540 afferma che in Cattedrale vi era un altare di S. Agata dei Chiaramonte, distinta dalla cappella omonima dei Salamone, che aveva come rendita il territorio di S. Agata, confinante col territorio di Bastone (probabilmente vi era un altare o una cappella di S. Agata nello Steri),
ho pensato a due invocazioni: la prima molto più lacunosa non lasciava intendere nulla di chiaro …A B(oD)AV […] […] O[R…] probabilmente ora pro nobis?; la seconda, iniziante sotto lo stemma del Bonincontro, faceva pensare potesse riferirsi a Sant’Agata, anche se le lettere più vicine allo stemma non sembrano suffragare tale ipotesi. Sta di fatto che l’invocazione ha termine con un Miserere nobis di indubbia chiarezza.
Poi, invece guardando la scrittura nell’insieme posso affermare con certezza, che trattasi dell’invocazione a Cristo Agnello di Dio: AGNU[S] DEI QU[I T]OLLI[S + PE]CCATA MUN[DI MI]SERERE NO[BIS], dove al centro, probabilmente vi era la raffigurazione del mistico Agnello, la cui rappresentazione plausibilmente nei successivi secoli il Capitolo della Cattedrale ha assunto per il proprio stemma; si può confrontare a riguardo lo stemma dei Chiramonte nell’aula del Seminario e lo stemma posto nella torre campanaria della Cattedrale, con il tipico arco gotico trilobato, usato dai Chiaramonte.
Sta di fatto che lo Steri nel 1500 doveva essere già abbandonato. Conferma che abbiamo da alcuni documenti conservati tra le carte più antiche del nostro Archivio Storico Diocesano.
Nel 1521 don Giovanni de Isfar chiese all’autorità ecclesiastica di comminare con pubblico editto la scomunica per furti di «petri, canni, lignami, columni, turretta, et altri cosi di li Steri di li Chiaramonte et etiam scripturi, robbi et altri cosi che li su stati occultati», che fu concessa dal Vicario Generale Gerardo del Porto il 12 febbraio[12]. Questa notizia ci da l’idea di come il casale era abbandonato, anche se conservava ancora manoscritti, vestiti e suppellettili varie, e come, data l’assenza di sorveglianti, era soggetto a razzie di ogni tipo.
Il 12 marzo successivo il viceré, conte di Monteleone, a seguito del memoriale datato 27 febbraio, scritto dall’Abate dell’abbazia di Santa Maria in Novara di Sicilia, Regio Visitatore delle chiese del Regno, nel quale erano descritte le condizioni della Cattedrale come miserevoli, tanto che «ne have ordinato et imposto havissivo deropari et de novo frabicari», e per intervenire nel restauro di questa «li besogneriano alcuni marmori et columpni marmorii, seu altra spettie di lapidi quali senza troppa dispisa et consumptioni […] di ipsu si retrovano in esseri prompte in lo Steri olim di li Charamonti di questa chitati seu ruini di quello» il visitatore «ne havisupplicato atento ditto Steri et cosi di quello ab antiquo spettano a la regia curte ni dignassimo concediri et fari gratia ad ditta Cathredali ecclesia de ditti marmori et ad vui dari licencia quella potiri impune pigliari et applicarli a la frabica de ipsa ecclesia». Così il viceré dava facoltà al vicario della cattedrale «justa supplicattioni benigne inclinati et considerata la evidente ruina di ditto Steri et lo ornamento et… decorattioni di ipsa ecclesia maiuri per lo servittio di lo Altissimo Dio et di la Cesaria Majestate et lo beneficio di questa magnifica chitati et altri causi, moventi lo animo nostro …, in virtute di la presente conchedimo ad ditta maiuri ecclesia, ditta gratia che hagia di pigliari ditti marmori et columpni di ditto Steri et altra specie di lapidi in ipso existenti per exequttioni di ditto memoriali et sua decorattioni ut supra et a vui damo auctoritati et sufficiente potestateche libere pozati quelli fari livari de ditto Steri et farili applicari a la ditta frabica senza altro obstaculo»[13].
Se da un lato l’Isfar chiedeva la scomunica per chi sottraeva materiale dallo Steri, dall’altro lato la Regia monarchia affermava di essere proprietaria dello Steri e dava la facoltà di utilizzarne il materiale per la fabbrica della Cattedrale, questi due documenti sembrerebbero contraddirsi, ma non è così. Lo Steri dopo la disfatta dei Chiaramonte apparteneva alla Regia monarchia, che lo affidava ad una nobile famiglia come custode o come castellano. Dopo tante famiglie fu affidato agli Isfar, che presumibilmente non abitavano lo Steri, già in cattive condizioni. Poiché era affidatario di un bene comune, Giovanni Isfar chiedeva all’autorità competente di emanare una scomunica per chiunque avesse sottratto dei beni e solo così si spiega come nello stesso tempo la Regia monarchia autorizzava lo spoliamento dello Steri per evitare il dispendio di denaro per sistemare la Cattedrale, cosa che avvenne e continuò fino alla fine del secolo per l’erigenda torre campanaria.
Il Fazello poco tempo dopo, nel 1558, scriveva che si vedevano in cima al monte «le rovine di fabbriche grandissime, che furon fatte da Manfredi, Giovanni e Federico di Chiaramonte e queste rovine son molto simili alle rovine antiche»[14].
Il Concilio Tridentino prescrisse che in ogni diocesi i vescovi fondassero i seminari. Ad Agrigento, trovandosi vescovo Mons. Cesare Marullo (1574-1578), succeduto a tre vescovi che ancora non avevano provveduto all’erezione del seminario, sentì l’urgenza pastorale di attuare le disposizioni date dal Concilio.
Giacché non è questo il luogo di ulteriori approfondimenti sulla nascita e lo sviluppo del seminario e circa i quali argomenti già Mons. Infantino, mio predecessore come direttore dell’Archivio, sta pubblicando un saggio, mi limito a ricordare i passaggi più importanti: la bolla di fondazione del 3 agosto 1577, con la quale venne istituito il seminario nella casa canonica di S. Maria dei Greci, la sua trascurata vita a causa del trasferimento alla sede di Palermo del Marullo, delle ristrettezze economiche affrontate dai successori e la riapertura, in sede vacante, nello stesso luogo da parte del Regio Visitatore Mons. Filippo Giordi il 21 febbraio 1607.
Sarà Mons. Vincenzo Bonincontro (1607 – 1622) a ricevere i ruderi dello Steri da Blasco Isfar et Corilles con l’atto di donazione stipulato a Siculiana il 20 luglio 1610 dal notaio agrigentino Rodolfo Sclafani, la cui copia è da oggi esposta nella storica aula di Teologia del Seminario, giacché il barone sapeva «quantum sit necessarium in civitate Agrigenti habere locum prope Cathedralem Ecclesiam […] pro construendo Seminario iam instituto in ditta Cathedrali Ecclesia et tenente ipso Barone ac possidente Palatium nuncupatum lo Steri Grandi delli Chiaramunti prope dictam Cathedralem quod fuit et est, satis opportunum pro dicto effectu, cupiens quod tale opus opera et industria Reverendissimi fratris Vincentii Bonincontro Episcopi Agrigentini»[15]. Le trattative saranno verosimilmente durate per tutta la prima parte del 1610, poiché nel Sinodo Diocesano tenuto dal Bonincontro nello stesso anno, i cui atti furono stampati in luglio (la data della lettera del vescovo al lettore è il 12 luglio), circa il Seminario dei chierici, così scrive: «affinché gli adolescenti fossero formati alla pietà e alla religione il Sacrosanto Concilio Tridentino ordinò di istituire il seminario dei chierici: il quale, per grazia divina, in questa città abbiamo già eretto e abbiamo curato di assegnare una comoda abitazione ai chierici in questo tempo»[16].
Risistemato lo Steri fu inaugurato il 3 marzo del successivo anno, come si legge nella lapide posta sul portone di ingresso del Seminario: «Dominus Frater Vincentius Bonincontro, ordinis Praedicatorum, episcopus agrigentinus, sanctissimi Domini nostri Pauli V intimus familiaris et commensalis a theologicis scientiis regiusque consiliarius, Seminarium hoc fundavit, erexit, auxit, perfecit ac dotavit. Die III Martii 1611»[17].
Non abbiamo idea della sistemazione dei luoghi durante quegli anni, ma possiamo trarre qualche notizia da una visita pastorale successiva, del 1667, adesso in mostra presso il Museo Diocesano[18].
In essa il Vescovo Ignazio D’Amico dà alcune disposizioni, dopo la visita al suddetto. In modo particolare ordina «che l’oratorio seu cappella si levi et non se li celebri più, ma serverà per studio et si facci detto oratorio e cappella alla prima stanza all’entrare la porta grande del Seminario a mano dritta, e la porta di detta stanza stii sempre serrata con la chiave, e che si facci una porta per entrare in detto oratorio che corrisponda nella scala, ad effetto che li seminaristi vadano in detto oratorio più commodamente. Item che alla fenestra che è in detta stanza dove si ha da fare detto oratorio si facci una vitrata e che in detto oratorio si facci una fenestracon una grada di ferro che spunti alla prima entrata di detto Seminario».
Altre notizie ancora ci dà questa visita pastorale, la quale, unita agli altri documenti citati e sottoposta allo studio di competenti architetti, desiderosi di approfondire la nascita e lo sviluppo dei fabbricati che oggi costituiscono il Seminario, può rivelare molti dettagli sulle modifiche apportate al ricostruito Steri chiaramontano.
Questo studio vuole essere uno spiraglio verso nuove piste di ricerca, che si aprono sottoponendo la documentazione presentata, non per una storia degli eventi (date e personaggi), ma attraverso una trasversale lettura.
Pertanto ne possiamo enumerare alcune:
– lo studio storico architettonico dello Steri grande dei Chiaramonte, dal suo sorgere da un tenimento di case e dal casalino, fino ai nostri giorni;
– lo studio della documentazione medievale per trarne rudimenti degli usi notarili nel nostro territorio e gli usi corroborativi ancestrali riproposti in veste rinnovata, il tipo di pergamena e di scrittura, ecc.;
– l’uso dell’Agnello come simbolo di riconoscimento del Capitolo, se esso nasce da una derivazione chiaramontana o il contrario;
– la lingua in evoluzione, il modificarsi dei termini nel corso dei secoli, la nascita dell’italiano attraverso la documentazione cinquecentesca e dei secoli successivi.
Domande aperte che lasciano posto allo studio di giovani e meno giovani, che non si accontentano di supposizioni ed attribuzioni, ma che, desiderosi di conoscere, prendono in considerazione tutto quel materiale — sia esso documentale, monumentale e di tutto ciò che spesso viene considerato irrilevante — consegnatoci dalla storia, per scrivere una storia nuova, ancora disattesa e sconosciuta nel nostro territorio.
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* Relazione tenuta dal direttore dell’Archivio Storico Diocesano di Agrigento il 3 giugno 2019 presso la Sala Chiaramontana del Seminario Arcivescovile di Agrigento in occasione dell’evento “Aperti al MAB. Trasformazioni. Architetture in Dialogo (3-9 giugno 2019)”.
[1] Cfr. J. LE GOFF, v. Documento/Monumento, in Enciclopedia Einaudi, Torino 1978, vol. V, pp. 38-43.
[2] Ibidem, da ricordare ciò che scrive in questo testo l’autore: «Il documento non è innocuo. È il risultato prima di tutto di un montaggio, conscio o inconscio, della storia, dell’epoca, della società che lo hanno prodotto, ma anche delle epoche successive durante le quali ha continuato a vivere, magari dimenticato, durante le quali ha continuato a essere manipolato, magari in silenzio. Il documento è una cosa che resta, che dura e la testimonianza, l’insegnamento (per richiamarne l’etimologia) che reca devono essere in primo luogo analizzate demistificandone il significato apparente. Il documento è monumento. È il risultato dello sforzo compiuto dalle società storiche per imporre al futuro — volenti o nolenti — quella data immagine di sé stesse. Al limite, non esiste un documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico di non fare l’ingenuo. I medievalisti che hanno lavorato tanto per costruire una critica — sempre utile, certo — del falso devono superare questa problematica perché qualsiasi documento è nello stesso tempo vero — compresi, e forse soprattutto, quelli falsi — e falso, perché un monumento è in primo luogo un travestimento, un’apparenza ingannevole, un montaggio. Bisogna anzitutto smontare, demolire quel montaggio, destrutturare quella costruzione e analizzarne le condizioni in cui sono stati prodotti quei documenti-monumenti».
[3] Cfr. L. FEBVRE, Combats pour l’Histoire, Paris 1953, 419-438, qui 428.
[4] Cfr. F. BASILE, Storia dell’Arte in Sicilia, I, Palermo 1984; G. SPATRISANO, Lo Steri di Palermo e l’architettura siciliana del Trecento, Palermo 1972; C. MICCICHÉ, Girgenti: le pietre della meraviglia-cadute, Agrigento 2006.
[5] G. ZIRRETTA, Lo Steri dei Chiaramonte in Agrigento, in 350° Anniversario di fondazione del Seminario di Agrigento. Atti dell’Accademia, Agrigento 1961, 16-20.
[6] Ibidem, 18.
[7] ACA, Pergamene, 51r.
[8] Per casalino si può intendere un «lotto in tutto o in parte edificabile, è talvolta interpretato come semplice rudere o luogo vuoto, un tempo costruito all’interno del tessuto urbano; interpretazioni più distanti dalla disciplina architettonica e storico-urbanistica li definiscono più in generale casette, giardini, pascoli, immondezzai, casupole o piccoli edifici, privi di particolare rilievo» M. CADINU, I casalini e il progetto della città medievale, in «Storia dell’urbanistica», 4 (2012), 303.
[9] Le scuole episcopali, nate in Italia nel VI e VII secolo, erano impiantate sul modello delle scuole monastiche. Poche sono le notizie che ci sono pervenute su questo insegnamento, più su quelle monastiche. Nelle scuole episcopali o presbiterali si apprendeva il “mestiere di chierici” e si riceveva un insegnamento dottrinale. Anzitutto veniva insegnata la lettura del salterio, che doveva essere imparato a memoria, in alcuni casi erano impiantate anche secondo il modello monastico, con la vita comune e la preghiera in coro (Cesario di Arles). Per accedere all’ordine del diaconato bisognava aver letto almeno quattro volte l’Antico e il Nuovo Testamento, cfr. P. RICHÉ – J. VERGER, Nani sulle spalle dei giganti. Maestri e allievi nel Medioevo, Milano 2011, 12.
[10] Qui annotiamo a margine che non si tratta del casalino dato a Manfredi, errore che si è tramandato fino ai nostri giorni, ma di un altro casalino confinante, il quale era usato per le scuole vescovili e che rimaneva alla Chiesa, così come si dice esplicitamente subito dopo, pertanto errarono coloro che sostennero ciò, tra cui: A. LAURICELLA, Notizie storiche del seminario e del collegio dei santi Agostino e Tommaso, Agrigento 1897, 7; G. ZIRRETTA, Lo Steri dei Chiaramonte in Agrigento, in 350° Anniversario di fondazione del Seminario di Agrigento. Atti dell’Accademia, Agrigento 1961, 20; e P. COLLURA, Le più antiche carte dell’Archivio Capitolare di Agrigento, Palermo 1960, 265-266.
[11] Cfr. C. A. GARUFI, Memoratoria, chartae et instrumenta divisa in Sicilia nei secoli XI a XV. Studi diplomatici, in «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano», 32 (1912), 67-127; C. CARBONETTI VENDITTELLI, Duas cartas unius tenoris per alphabetum divisas scripsi. Contributo a una geografia delle pratiche documentarie nell’Italia dei secoli XII e XIII, «Scrineum», 10 (2013), 215-258; A. PERRICONE, I documenti notarili monrealesi del Tabulario di S. Maria Nuova, «Mediaeval Sophia», 6 (2009), 82-109.
[12] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1510-21, 491r.
[13] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1510-21, 503v-504r.
[14] Le due deche dell’historia di Sicilia del R. P. M. Tomaso Fazello, siciliano, dell’ordine dei Predicatori, divise in venti libri. Tradotte dal latino in lingua toscana da Remigio Fiorentino, del medesimo ordine, In Venetia, appresso Domenico et Giovanni Battista Guerra, 1573, 198.
[15] ASemA, Rollo primo del Seminario dei chierici di Agrigento, 1r-2v.
[16] Cfr. Constitutiones Dioecedanae Synodi illustrissimi et reverendissimi Domini fratri Vincentii Bonincontro, episcopi agrigentini, Panormi, apud Ioannem Antonium de Franciscis, 1610, 63.
[17] “Il Signor frà Vincenzo Bonincontro, dell’ordine dei Predicatori, vescovo di Agrigento, della famiglia pontificia di Paolo V, (formato) dalle scienze teologiche e consigliere regio, fondò, eresse, aumentò, perfezionò e dotò questo seminario. 3 marzo 1611”.
[18] ASDA, Visite Pastorali, Reg. Vis. 1667-1669, 31rv.
Ultimo aggiornamento
22 Maggio 2024, 11:16
Archivio Storico Diocesano