Le fonti dell’arte sacra: documenti e pietà popolare. Le origini del busto di Santa Vittoria.
Data:
9 Novembre 2019
Abstract
Ricercare i documenti circa un’opera d’arte non può limitarsi soltanto al fine di un restauro. Lo studio per il restauro del busto di Santa Vittoria ci spinge a riconoscere che i documenti e la pietà popolare sono le fonti di ogni opera d’arte sacra, pertanto la precedono, ne decidono l’esecuzione e ci forniscono i dettagli dell’origine di ogni opera. Sta alla sapiente astuzia e al perspicace ingegno del ricercatore trovare i documenti e le fonti che hanno ispirato la pietà popolare per poter restituire la memoria al popolo di Dio che con il passar del tempo ha perso le origini di una devozione o della nascita del culto ad un santo. Attraverso le fonti reperite presso l’Archivio Storico Diocesano di Agrigento, l’Archivio di stato di Palermo e le leggende agiografiche si restituirà ai fedeli memoria della nascita del culto a Santa Vittoria e del suo sviluppo nel corso dei secoli.
Prima di ogni restauro, ma sarebbe giusto farlo prima di ogni approccio ad un’opera d’arte, siamo soliti fare la ricerca archivistica e bibliografica per avere più notizie possibili su talune opere tramandateci.
Questo sarebbe il punto da cui partire per questa relazione, ma vi invito a seguire da un punto di vista diverso. A guardare l’opera d’arte, non come oggi la vediamo, ma attraverso quei documenti, archivistici e agiografici, che le hanno dato origine.
L’opera d’arte sacra nel passato, a differenza di come la concepiamo adesso, aveva una sua funzione più che decorativa, di devozione, di custodia di un tesoro prezioso, quali le reliquie di una santa, di raffigurare quelle figure tanto care alla devozione popolare, per suscitarne sentimenti di affezione e devozione. Da questi sentimenti, per devozione di un munifico donatore, nasceva l’opera d’arte che noi conosciamo.
Ma prima del manufatto nei secoli passati la prassi prevedeva la stipula di un contratto tra le parti davanti ad un pubblico notaio, in modo che nulla fosse affidato al caso.
Le origini del busto reliquiario di Santa Vittoria le ricaviamo da alcuni documenti tramandatici nel nostro Archivio Storico Diocesano, i quali ci narrano l’arrivo di queste reliquie nella nostra diocesi e le vicissitudini che portarono il capo di Santa Vittoria ad Agrigento.
Il documento che ci illumina circa l’arrivo della reliquia è la bolla di mons. Lombardo, vescovo di Agrigento, il quale, trovandosi in Sacra visita a Cammarata, vide presentarsi da parte di Ercole Branciforte, conte di Cammarata, delle lettere di Carlo d’Aragona, duca di Terranova e principe di Castelvetrano, che, ricevuta autorizzazione dal Papa Gregorio XIII il 20 maggio 1579 di prendere sette teste provenienti dai monasteri di Colonia di alcune delle undicimila martiri del gruppo di S. Orsola, destinò sei di esse a Cammarata. Il vescovo in questo atto del 27 marzo 1582[1] narra come abbia diviso le varie reliquie: anzitutto ottenne una di esse dal conte di Cammarata, il capo “sante Vittorie que in ipsa sante Ursule societate martirii coronam fuit consequta, per caput cum omnibus superioribus dentibus est inferiori tamen mandibula carens Agrigenti deferendum et in hac nostra Catredali ecclesia cum aliis in ea existentibus sanctorum et sanctarum reliquiis collocandum”.
Le altre cinque teste, delle quali il vescovo non cita i nomi delle martiri, vennero divise nelle chiese di Cammarata: due in Chiesa Madre, una nella cappella del castello, una nella chiesa dei frati Cappuccini, l’ultima divisa tra la chiesa di San Domenico e la chiesa dei francescani osservanti di Gesù e Maria.
Della nostra reliquia poi dà una minuziosissima descrizione delle festività ad essa tributate, anzitutto fu portata con grande onore in Agrigento, con solennità e concorso di popolo; accolta nella chiesa e convento dei frati minori dell’osservanza a San Vito, fuori le mura della città, fu portata in processione fino alla chiesa Cattedrale, fu posta in una “arcula”, una piccola urna, e collocata nella grande cappella dove vi era anche la grande urna del patrono San Gerlando e dove erano conservate le altre reliquie dei santi; dopo di ciò dispose che ogni anno nella Chiesa Cattedrale fosse festeggiata Santa Vittoria la domenica tra l’ottava della festa di Sant’Orsola e l’urna con le sue reliquie fosse nei primi vespri di quel giorno condotta processionalmente nella Cattedrale e nel cimitero di essa, mentre concedeva l’indulgenza di 40 giorni ai fedeli di ambo i sessi che in quei giorni avrebbero visitato la Cattedrale, secondo le forme prescritte dalla Chiesa[2].
La devozione tributata a Sant’Orsola e alle sue compagne in alcuni centri della Diocesi era già presente, ma si accrebbe con le reliquie arrivate a Cammarata in quegli anni, per poi avere maggiore diffusione in altre parti della Diocesi, tra cui Agrigento per la suddetta reliquia di Santa Vittoria[3].
In un registro di visite pastorali del 1732 troviamo una relazione che i procuratori e confrati della Chiesa di Sant’Orsola presentarono al vescovo in occasione della Sacra visita.
Iniziano con una supposizione — era passato più di un secolo da quando le reliquie erano state portate e avevano perso le certezze della storia, che noi possiamo conoscere attraverso i documenti precedenti — che cioè Ercole Branciforte, portando da Colonia molte reliquie e, “tra le altre, sette teste ed un pezzetto di osso del pollice della gloriosa Sant’Orsola, in virtù di un breve apostolico”, qui si attesta la presenza, oltre delle teste, che nel precedente documento erano sette di cui sei portate a Cammarata, anche di altre numerose reliquie tra cui un pezzo di pollice di Sant’Orsola, che non compare in nessun altro documento precedente.
Continuano, “incominciò ad infervorare i migliori gentilhuomini di questa suddetta terra nella devotione della gloriosa Sant’Orsola e sue compagne, e fatto un giuramento di nobili si dispose la compagnia”; tanto la devozione si accese, che subito nacque la confraternita che elesse il duca Branciforte come superiore, per subito prodigarsi a trovare un luogo adatto dove poter vivere la devozione alla Santa, pertanto “scielsero il miglior loco in detta terra, ed in una pianura nominata il piano della fontana, fra pochi anni fecero fabricare la Chiesa ed Oratorio sotto titulo della gloriosa Sant’Orsola e sue compagne”[4].
Comprendiamo dalla lettura di questo documento le origini della devozione alla Santa e alle sue compagne a Cammarata, devozione che ivi permarrà fino agli inizi del ‘900 con la ancora vivente confraternita, approvata alla fine della fabbricazione della Chiesa il 12 marzo 1590 e autorizzata a celebrarvi nel 1591[5].
In questo documento troviamo una notizia importantissima circa la reliquia di Santa Vittoria, cioè che le autentiche originali “ritrovasi nella cassa della Cattedrale di Girgenti, ove è conservata la testa di Santa Vittoria[6] donata dal sudetto Eccellentissimo don Ercole Branciforte a detto Illustrissimo Signor Vescovo, ove parimente viene montovato il pezzetto del pollice di Sant’Orsola”[7]. Documento che, a parte il particolare del pezzetto del pollice di Sant’Orsola, è citato in un’altra lettera del vescovo Lombardo a don Giovanni Antonio La Lomia, suo nipote, della diocesi di Mazara con la quale dona alcune reliquie che il duca di Cammarata “transtulit tamquam capita et reliquias sex virginum et martirum ex illis undecim mille virginibus et martiribus quae cum Santa Ursula martirii coronam consecuti fuerunt”, in particolare “tria ex capitibus et unus ex humere ex illis capitibus et reliquiis”, tra le quali quella di Santa Vittoria, nominando anche la anzidetta “bulla autenticationis capitis Sante Vittorie in huius Cathedralis ecclesie thesauro reposita que sunt ex illis sex capitibus et reliquiis predittis nec non et duo frustula reliquiarum Santi Paulini Episcopi et Confessoris”[8].
Così questa Santa sconosciuta della compagnia delle undicimila martiri di Sant’Orsola esce dal suo anonimato per divenire patrona minore della città di Agrigento, per poi il suo culto essere diffuso in tutta la diocesi, ma anche nelle diocesi viciniori, come abbiamo visto nella precedente missiva.
Tralasciando la questione legata a Sant’Orsola e alle sue compagne, se undici fossero gli anni o le compagne, se fossero undici o undicimila[9], vogliamo concentrarci sulla figura di Santa Vittoria. Il Martirologio Romano conosce il solo nome di Orsola, non citando un numero di compagne nel martirio e neppure il nome, proprio a causa delle leggende accresciutesi nel corso dei secoli[10].
Il nome di Santa Vittoria compare solo nel 1156-57 con le visioni della Santa badessa Elisabetta di Schönau, la quale descrive nel Liber revelationum de sacro exercitu virginum Coloniensium ciò che le viene rivelato circa la vita e le gesta di Sant’Orsola[11]. Contribuì con questo alla diffusione del culto della santa e queste sue visioni passarono nella tradizione attraverso la più conosciuta Legenda Aurea di Iacopo da Varagine[12].
Secondo la visione di Elisabetta di Schönau Sant’Orsola prima di intraprendere il suo viaggio verso Roma diresse una lettera a Gerasina, che era regina del Regno di Sicilia, della stirpe di Aronne e sorella di Daria, madre di Sant’Orsola[13], la quale Gerasina accolse la proposta di Orsola ed insieme alle sue figlie Babila, Giuliana, Vittoria e Aurea ed al figlio piccolo Adriano, si unì al pellegrinaggio, lasciando il regno nelle mani dell’altro figlio e delle altre due sorelle[14]. Nomi che già le erano stati rivelati in una visione precedente, di cui poi ricevette ulteriori rivelazioni[15].
Pertanto le visioni della Santa badessa si diffusero ed entrando nella predicazione dei pastori anche i nomi di queste compagne divennero noti al popolo di Dio. Chissà se mons. Lombardo, il quale molto probabilmente conosceva la Legenda Aurea di Iacopo da Varagine, forse non le rivelazioni della badessa, al sentire che la testa di quella Santa Vittoria, cugina di Sant’Orsola, originaria di questa terra[16], vi ritornava, e non abbia scelto proprio questa reliquia per portarla in Cattedrale e nominarla patrona minore di Agrigento.
Ma per comprendere meglio come e perché era importante venerare delle reliquie e quale influenza avessero nella vita di fede del popolo di Dio dobbiamo entrare nella mentalità dell’epoca, pensare e vedere il mondo come quegli uomini.
Anzitutto era un’epoca di transizioni, di grandi cambiamenti epocali. Tutto il medioevo che aveva visto un regno cristiano affermarsi, tra alti e bassi, ma che continuava a vivere, iniziava adesso a sgretolarsi. I principi tedeschi che avevano accumulato reliquie per molti secoli, raggiunti dalle idee protestanti, iniziano a disfarsene. Le leggende sui santi, accresciutesi e arricchitesi tra il X e il XII secolo, iniziano a destare perplessità soprattutto nell’area anglosassone, centro nevralgico della riforma protestante. D’altro canto la Chiesa Cattolica con la riforma tridentina continuava ad affermare il culto dei santi, l’importanza delle reliquie, il sostanziale apporto che l’arte dava alla fede attraverso la rappresentazione dei misteri di Cristo, della Beata Vergine e dei Santi[17].
Nel nostro territorio, quasi per niente colpito all’epoca dai venti protestanti, il popolo continuava a vivere una fede genuina, alimentata dai vescovi e dal clero, fede che vedeva lo svolgersi degli avvenimenti nel mondo dovuti alla magnanimità o all’ira di Dio[18].
Esempi chiarissimi di questa visione del mondo ci sono stati tramandati nella documentazione dell’Archivio Storico Diocesano, quando i vescovi, scrivendo al popolo, si rivolgono ad esso attraverso le Diocesane, come avvenne nel 1584 quando mons. Lombardo scrisse una lettera ai fedeli il primo marzo, spiegando che per placare la Divina Maestà, che a causa dei peccati commessi li aveva puniti facendo quasi cadere la cattedrale, dalla quale portarono via il Santissimo Sacramento, il corpo di San Gerlando e il capo di Santa Vittoria bisognava rivolgersi all’intercessione dei Santi, perciò ordinava si facessero processioni e penitenze[19].
Successivamente l’occasione di un cattivo raccolto o la mancanza di acqua ai campi portò il vescovo Haedo il 17 novembre 1586 a scrivere una lettera, poiché “uno delli flagelli che la Divina Maestà usa per castigare li nostri peccati esseri di trattenerci la piogia”, venivano convocati pertanto l’indomani in Cattedrale tutti i “padri domenichini, francischini, carmelitani, zucculanti e di terzi ordini et di altri conventi e chiesi” per la processione della reliquia di santa Vittoria[20].
Dopo che fu fatta tale “processioni sollenni e fatto uscire la reliquia della gloriosa e beata Vittoria et fatto fari la orazioni della quaranta huri”, il 20 novembre 1586, si ordina che per lo stesso motivo “si nexa il corpo del glorioso S. Gerlando patroni nostro”[21].
Rivolgersi ai Santi quindi, anche al di fuori dei giorni della festa, per propiziarsi il Signore, offeso per i peccati, castigati con terremoti o mancanza di elementi atmosferici utili per la vita agricola, era una pratica a cui spesso i vescovi, come abbiamo visto, ricorrevano, perché tale era la mentalità del tempo, ciò non ci deve stupire[22].
Da questo susseguirsi di invocazioni a Santa Vittoria e, probabilmente, dal risultato positivo a tali richieste nel 1592 venne commissionato dal Can. Girolamo Zanghi e fatto realizzare il busto reliquiario dall’argentiere palermitano Salvatore Langella di Palermo. Tale immagine doveva avere “la incarnatura di finissimj coluri et li occhj vasci con la testa alta con bella gratia che guardi il populo simile all’inmagine di Santa Agata in Catania con la sua corona deorata sopra la testa di bono argento circumdata di varij pietri rossi et adomantinj”[23].
Da queste parole comprendiamo come la statua dovesse essere plasmata per suscitare la devozione dei fedeli[24], ricordiamo che fino a quel momento le reliquie erano portate in processione in una arcula, quindi il popolo poteva solo immaginare le fattezze di tale Santa, poi rese manifeste nel busto fattole per devozione, del quale si continuava a precisare nel documento di commissione che “sopra tutto la detta Immagine di Santa Vittoria habbi d’essere con la testa alta con li occhi aperti et che agratiatamente et con la fachia allegra guardi il populo, et lo argento delle predecte cose habbi di essere fino della bolla della cità di Palermo”[25].
Commissionato e ricevuto il busto, sicuramente iniziarono a festeggiare Santa Vittoria in maniera più solenne e devota. Un esempio di invito del Vicario generale, don Vincenzo Lipocelli, ai Sacerdoti per intervenire, l’indomani, con le loro cotte alla Messa cantata ed alla processione in onore di S. Vittoria, “Patrona e Protettrice” della città di Girgenti, lo troviamo in un editto del 25 ottobre 1653, ricordiamo che la festa di Santa Vittoria era stata stabilita da mons. Lombardo il giorno di domenica che ricorreva tra la festa di Sant’Orsola e la sua ottava, che in quell’anno cadeva il 26 ottobre[26].
Anche il Sinodo celebrato in diocesi nel 1703 da mons. Ramirez, i cui decreti furono poi pubblicati l’anno successivo, nei quali viene citata la “traslatio Sanctae Victoriae Virginis et martyris, Patronae minus principalis Ecclesiae Agrigentinae, in qua eius sacrum caput habetur”[27].
Circa la veridicità o meno delle reliquie dobbiamo rilevare che nel passato vi era una concezione differente da quella odierna della sacralità e della santificazione. Una reliquia del corpo di un santo era talmente importante, che per donare una reliquia ci si serviva di un fazzoletto che la aveva toccata. È attestato che era uso presso i primi cristiani strofinare dei fazzoletti sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, così toccare le urne con le reliquie di un Santo aveva la funzione di rendere accessibile il divino. E queste reliquie per contatto, detti palliola o brandea, erano usati dai fedeli per sentire la vicinanza al Santo, quasi estrapolarne le virtù per riceverne tutti i benefici.
Così nel Medioevo, la grande richiesta di reliquie portava a contraffarle, ce lo racconta anche Gregorio Magno nella lettera a Costanza, la quale voleva avere una reliquia di San Paolo. Gregorio le spiega che non era uso dei romani smembrare i corpi dei Santi, ma che le avrebbe inviato i brandea, spiegandole la potenza di questi[28], mentre le racconta anche come alcuni monaci greci, per portare in oriente delle reliquie da spacciare corpi dei Santi, avevano aperto delle tombe nel cimitero vicino la Chiesa constantiniana di San Paolo fuori le mura e la invitava a diffidare dalle reliquie di corpi dei Santi[29].
Se ciò da una parte potrebbe portarci a non credere più a nessuna reliquia come genuina, d’altra parte dobbiamo rilevare che nei successivi secoli le autentiche, cioè i documenti che attestavano la veridicità di una reliquia, emanate dai Pontefici, come nel nostro caso, e dai vescovi, ne certificavano la genuinità[30].
Alla luce di tutto ciò possiamo affermare che il culto di Santa Vittoria nella città di Agrigento dalla fine del 1500 a buona parte del ‘900 è stato vivo ed è diventato substrato storico-devozionale di questa terra[31]. Per a noi oscuri motivi è poi scemato, per scomparire totalmente. Oggi questo restauro ci riporta a riscoprire la memoria di questa devozione e ce la fa vedere sotto una nuova ottica, cioè dalla visione degli uomini che hanno tratto da quella devozione la forza per superare le difficoltà del vivere quotidiano, che hanno invocato la Santa per essere liberati dai castighi divini, per chiedere il dono della pioggia e per scongiurare altri sconvolgimenti terrestri.
Una devozione nata con l’arrivo di una reliquia, testimoniata da documenti, consegnataci dalla tradizione agiografica e popolare, per infine arrivare all’opera d’arte, il busto reliquiario, che oggi, grazie all’Opificio delle Pietre Dure e in particolare al Dott. Ricotta, ci viene consegnato nel suo antico splendore[32].
Quest’opera, nata da una devozione riaffermata nei secoli da diversi vescovi, finanche nell’Ottocento, oggi ci porta a riscoprire la memoria, spesso perduta, della storia della nostra Diocesi, che si declina non soltanto negli avvenimenti e nei grandi personaggi che hanno abitato e vissuto il nostro territorio, ma anche e soprattutto nella vita del popolo di Dio, in particolare della sua fede, che possiamo rintracciare nelle sparute notizie che abbiamo tratto dai documenti citati, i quali, sebbene emanati dall’autorità ecclesiastica, ci testimoniano la grande considerazione che si aveva della reliquia di Santa Vittoria, insieme a quella di San Gerlando, giacché, pur essendovi altre insigni reliquie contenute in altrettanti preziosi manufatti[33], si eleggevano queste per chiedere protezione, anziché quelle altre.
Indice delle opere citate
AASS = Acta Sanctorum Octobris, IX, Brussels, Typis Alphonsi Greuse 1858.
Baronio 1631 = Martirologium Romanum Gregorii XIII Pont. Max. Iussu editum et Urbani VIII auctoritate recognitum: auctore Cesare Baronio Sorano, Mocuntiae, Impentis Ioan. Theobaldi Shonvvetteri, MDCXXXI;
De Tervarent 1931 = G. De Tervarent, La légende de sainte Ursule dans la littérature et l’art du moyen-âge, Paris, Les Editions G. Van Oest, 1931;
Delehaye 1910 = H. Delehaye, Le leggende agiografiche, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1910;
DS = H. Denzinger – A. Schonmetzer, Enchiridion Symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, Bologna, Edizioni Dehoniane, 2012;
Gugunus –Liverani 1967 = J. E. Gugunus – M. Liverani, Orsola e Compagne, in Biblioteca sanctorum, IX, Roma, Istituto Giovanni XXIII – Città Nuova, 1967, coll. 1252-1272.
Jacobus de Voragine 1509 = Jacobus de Voragine, Legenda Aurea (sanctorum, que Lombardica hystoria nominatur), Lugduni, per Claudium Davost alias de Troys, expensis honesti viri Iacobi Huguetan, MDIX;
Kirschbaum 1945 = E. Kirschbaum, L’influsso del Concilio di Trento nell’arte, in «Gregorianum», 26/1 (1945), 100-116;
Levison 1927 = W. Levison, Das Werden der Ursula-Legende, in «Bonner Jahrbücher», 132 (1927), 1-164;
Prodi 2014 = P. Prodi, Arte e pietà nella Chiesa tridentina, Bologna, Il Mulino, 2014;
Ramirez 1704 = Constitutiones Diocesanae Synodi illustrissimi, & reuerendissimi domini fr. Francisci Ramirez ex Praedicatorum Ordine Dei et Apostolicae Sedis gratia Archiepiscopi, Episcopi Agrigentini, Catholicae Maiestatis a consiliis. Celebratae anno Domini 1703, Agrigenti, typis Faelicis Marino, 1704.
Roggero 1969 = A. Roggero, Il decreto del Concilio di Trento sulla venerazione delle immagini e l’arte sacra, in «Ephemerides Carmeliticae», 20 (1969/1), 150-167;
Roth 1884 = F. W. E. Roth (ed), Die Visionen der hl. Elisabeth und die Schriften der Äbte Ekbert und Emecho von Schönau, Brünn, Verlag der Studien aus dem Benedictiner und Cistercienser Orden, 1884;
[1] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1581-1582, ff. 314-318.
[2] “Illinc autem recedentes prefatum ut premissum est graciose obtentum caput Sante Vittorie quibus potuimus honore et reverentia cum maximo huius Agrigentine civitatis applausu generalique ac sollennissima processione ab ecclesia et conventu patruum minorum de observantia sub titulo Santi Viti extra et prope huius civitatis moenia … ad hanc nostram cathedralem contulimus et in arcula reposuimus ipsaque arcula in magno tabernaculo in quo Santi Gerlandi huius civitatis advocati et patroni corpus in magna arca argento ornata ceteraque sanctorum et sanctarum reliquie reposite sunt collocavimus. Mandantes propterea ex tunc que in cathredali ecclesia in qualibet dominica infra sante Ursule octavam ipsius sante Vittorie festum anno quolibet celebreretur caputque ipsum per dictam cathredalem ecclesiam eiusque cimiterium in primis vesperis processionaliter conduceretur prout tenore presentium nostra ordinaria auctoritate celebrari et conduci mandamus omnibus propterea et singulis utriusque sexus christifidelibus ipsam Catredalem ecclesiam pro dicto tempore devote visitantibus quatraginta dies indulgentiarum ordinaria auctoritate preditta secundum Sante Romane Ecclesie consuetam formam …qualibet concedentes ad cuius rei perpetuam memoriam omniumque et singulorum fidem et testimonium presentes nostrapropria manu subscripsimus nostrique quo in talibus utimur sigilli appensione muniri ac per infrascriptum nostre episcopalis magne Curtis magistrum notarium subscribi et in ipsius Curtis actis registrari mandavimus”. ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1581-1582, ff. 314-318.
[3] Tracce della devozione a Sant’Orsola in Diocesi le rileviamo da alcuni documenti del nostro Archivio Storico Diocesano, nei quali troviamo la presenza di una cappella di nuova fondazione intitolata alla Santa nel 1551 a Chiusa (ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1551-1552, f. 546), a Bivona in Chiesa Madre vi era un altare dedicato alla Santa a cui era legato un beneficio già nel 1564 (ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1564-1565, ff. 27. 323). Dopo la presenza delle Reliquie in Cammarata troviamo traccia del culto alla Santa alla Badiola di Agrigento (ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1581-1582, f. 321), alla Badia Grande di Agrigento (ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1581-1582, f. 322), a Castronovo (ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1593-1594, f. 302) e a Caltanissetta (ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1594-1595, f. 556).
[4] ASDA, Visite Pastorali, Reg. Vis. 1732, ff. 771r-774v.
[5] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1590-1591, f. 272v.
[6] Le visite pastorali del 1667 e quella del 1732 ci attestano la presenza della reliquia di S. Vittoria, custodita nella sua mezza statua, degli angeli e della vara custodita nella cappella di S. Gerlando (in sacellum divi Gerlandi), cfr. ASDA, Visite Pastorali, Reg. Vis. 1667-1669, f. 23v; Reg. Vis. 1732, f. 9r.
[7] ASDA, Visite Pastorali, Reg. Vis. 1732, ff. 772rv.
[8] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1581-1582, ff. 347v-338r.
[9] Cfr. Levison 1927; De Tervarent 1931; Gugunus – Liverani 1967, coll. 1252-1272.
[10] Cfr. Baronio 1631, 650-653; Delehaye 1910.
[11] Cfr. Roth 1884, 123-138, qui 131-132; AASS, IX, 163-173.
[12] Cfr. Jacobus de Voragine 1509, ff. CXXXVIII-CXXXIX.
[13] “S. Gerasina, de qua interrogas, fuit regina Siciliæ, et vere erat de fideli radice Aaron, et habebat spiritum Dei abundanter: virum suum Quintianum regem, cum esset primo tyrannus crudelissimus, convertit, et quasi de lupo, agnum mansuetissimum fecit. Hic eam sumpserat de Britannia, et erat soror S. Maurisii episcopi, et Dariæ matris S. Ursulæ reginæ. Tres habebat filios, et filias sex: et erat minimus in eis S. Adrianus martyr, hic, de quo interrogasti; frater ejus senior Dorotheus erat rex Græciæ, qui erat pater S. Constantiæ, quæ ad vos delata est”, AASS, IX, 168.
[14] “Eo autem tempore, quo B. Ursula de sancto suo proposito occulte tractabat, pater ejus magnam habens solicitudinem illius negotii, direxit epistolam ad B. Gerasinam, aperuitque ei voluntatem filiæ suæ, et revelationes quas divinitus acceperant ei detexit, et quærebat audire consilium ejus: quia sciebat eam esse magnæ scientiæ mulierem. Illa autem divina virtute inspirata, et intelligens verbum exisse a Domino, iter aggressa est cum quatuor filiabus suis Babila, Juliana, Victoria, et Aurea, et parvulo filio suo Adriano, qui amore sororum suarum ultro se ingessit peregrinationi, et relicto regno in manus unius filii sui et duarum filiarum, usque in Britanniam navigavit”, AASS, IX, 169.
[15] “De nomine præfati martyris, quomodo, et quod hoc esset nomen ejus, et quod filius regis fuisset eidem fratri, per quem allata fuerant corpora, in præcedenti nocte pervisionem fuerat revelatum. Post hæc cum essem cogitans de eodem martyre, et cupiens certius aliquid de eo cognoscere, nocte quadam visum est mihi in visione somnii, quasi daretur mihi liber aureis literis scriptus; et legi in eo sermonem magnum de ipso, et de parentela ejus, et qualiter cum sororibus suis fuisset egressus de terra sua, et quomodo cum eis martyrium susceperit. Nomina autem earumdem sororum, quæ ibi legebam hæc erant: Babila, Juliana, Aurea et Victoria: sed quamvis omnia sæpe, et diligenter in eadem visione legisse mihi viderer, tamen ordinem rei, sicut erat, retinere in memoria non potui”, AASS, IX, 168.
[16] Ricordiamo che secondo le rivelazioni la madre era Regina di Sicilia, anche se molte incongruenze portano a non dar credito a queste labili notizie, cosa che già rilevava la Legenda Aurea di Iacopo da Varagine.
[17] Cfr. Concilio di Trento, Decretum de invocatione, veneratione, et reliquiis Sanctorum et sacris imaginibus (3-12-1563), in DS 1821-1825; per una disamina del decreto e i suoi effetti sull’arte vedi Roggero 1969, 150-167; Kirschbaum 1945, 100-116 e Prodi 2014.
[18] Conformemente a quanto ordinato dal Concilio tridentino: “Sanctorum quoque martyrum et aliorum cum christo viventium sancta corpora quae viva membra fuerunt christi et templum spiritus sancti ab ipso ad aeternam vitam suscitanda et glorificanda a fidelibus veneranda esse per quae multa beneficia a deo hominibus praestantur”, DS, 1821-1825.
[19] “Si ateso a processioniu predicattione oratione et atti cristiani devotissimamente con penitentia per placare la ira del Signore che per la iniquità nostra habiamo provocato et perché anche tutta la diocese intenda il dolore de la sua Cathedrale come di nostro è superiore et corre con li orationi et processioni a cheder a Nostro Signore Iddio pietà et misericordia. Pertanto ordinamo si facessiro queste quale da cità in cità et da loco in loco debiate transmitterli aciò si exequisca questo santo et pio offitio dovuto a sì gran fatto facendosi intendere a tutti li chiesi publicandosi et facendosi publicare dalle predicatore et curati a li monasteri et conventi di padre religiose e quale et insieme a tutto il populo ne facciano exortacione che in questo santo tempo di penitencza attendano a supplicare la bontà divina che per sua gloria si degni exaudirni et placari il justo [s]degno che contra noi et questa cità minacza aziò come recognoscendo per li grandi fatti nostri ne pentiamo et conosciamo che tutto da la sua voluntà santissima viene”, ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1583-1584, ff. 166v-167r.
[20] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1586-1587, f. 148.
[21] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1586-1587, f. 151.
[22] Anche il Tridentino affermava ciò, chiedendo di estirpare anche qualunque genere di superstizione: “Mandat sancta synodus omnibus episcopis et ceteris docendi munus curam que sustinentibus ut iuxta catholicae et apostolicae ecclesiae usum a primaevis christianae religionis temporibus receptum sanctorum que patrum consensionem et sacrorum conciliorum decreta: in primis de sanctorum intercessione invocatione reliquiarum honore et legitimo imaginum usu fideles diligenter instruant docentes eos sanctos una cum christo regantes orationes suas pro hominibus deo offerre; bonum atque utile esse suppliciter eos invocare et ob beneficia impetranda a deo per filium eius Iesum christum dominum nostrum qui solus noster redemptor et salvator est ad eorum orationes opem auxilium que confugere; illos vero qui negant sanctos aeterna felicitate in coelo fruentes invocandos esse; aut qui asserunt vel illos pro hominibus non orare vel eorum ut pro nobis etiam singulis orent invocationem esse idolatriam vel pugnare cum verbo dei adversari que honori unius mediatoris dei et hominum Iesu christi; vel stultum esse in coelo regnatibus voce vel mente supplicare: impie sentire. […] Imagines porro Christi Deiparae Virginis et aliorum sanctorum in templis praesertim habendas et retinendas eis que debitum honorem et venerationem impertiendam non quod credatur inesse aliqua in iis divinitas vel virtus propter quam sint colendae vel quod ab eis sit aliquid petendum vel quod fiducia in imaginibus sit figenda veluti olim fiebat a gentibus quae in idolis spem suam collocabant: sed quoniam honos qui eis exhibetur refertur ad prototypa quae illae repraesentant: ita ut per imagines quas osculamur et coram quibus caput aperimus et procumbimus christum adoremus et sanctos quorum illae similitudinem gerunt veneremur. […] Omnis porro superstitio in sanctorum invocatione reliquiarum veneratione et imaginum sacro usu tollatur omnis turpis quaestus eliminetur omnis denique lascivia vitetur ita ut procaci venustate imagines non pingantur nec ornentur; et sanctorum celebratione ac reliquiarum visitatione homines ad commessationes atque ebrietates non abutantur quasi festi dies in honorem sanctorum per luxum ac lasciviam agantur”, DS, 1821-1825.
[23] ASPa, Fondo notai defunti, notaio Lorenzo Isgrò, n. 8371, cc. 325r-326v, qui 325r.
[24] Sempre conformemente a quanto aveva prescritto il Tridentino: “Illud vero diligenter doceant episcopi per historias mysteriorum nostrae redemptionis picturis vel aliis similitudinibus expressas erudiri et confirmari populum in articulis fidei commemorandis et assidue recolendis; tum vero ex omnibus sacris imaginibus magnum fructum percipi non solum quia admonetur populus beneficiorum et munerum quae a christo sibi collata sunt sed etiam quia dei per sanctos miracula et salutaria exempla oculis fidelium subiiciuntur ut pro iis deo gratias agant ad sanctorum que imitationem vitam mores que suos componant excitentur que ad adorandum ac diligendum deum et ad pietatem colendam. […] Postremo tanta circa haec diligentia et cura ab episcopis adhibeatur ut nihil inordinatum aut praepostere et tumultuarie accommodatum nihil profanum nihil que inhonestum appareat cum domum dei deceat sanctitudo. Haec ut fidelius observentur statuit sancta synodus nemini licere ullo in loco vel ecclesia etiam quomodolibet exempta ullam insolitam ponere vel ponendam curare imaginem nisi ab episcopo approbata fuerit. Nulla etiam admittenda esse nova miracula nec novas reliquias recipiendas nisi eodem recognoscente et approbante episcopo”, DS, 1821-1825.
[25] ASPa, Fondo notai defunti, notaio Lorenzo Isgrò, n. 8371, c. 326v.
[26] ASDA, Atti dei Vescovi, Reg. 1653-1656, f. 105.
[27] Ramirez 1704, 51.
[28] “Cognoscat autem tranquillissima domina quia Romanis consuetudo non est, quando sanctorum reliquias dant, ut quidquam tangere praesumant de corpore, sed tantummodo in pyxide brandeum mittitur, atque ad sacratissima corpora sanctorum ponitur. Quod levatum in ecclesia quae est dedicanda debita cum veneratione reconditur, et tantae per hoc ibidem virtutes fiunt, ac si illuc specialiter eorum corpora deferantur. […] Unde contigit ut beatae recordationis Leonis papae tempore, sicut a maioribus traditur, dum quidam Graeci de talibus reliquiis dubitarent, praedictus pontifex hoc ipsum brandeum allatis forbicis incidit, et ex ipsa incisione sanguis effluxit”, Gregorius I papa, Registrum Epistolarum, IV, 30, in MGH. Epistolae, vol. I, 264-266.
[29] Cfr. Ibidem.
[30] Norme disposte dal Tridentino: “Haec ut fidelius observentur statuit sancta synodus nemini licere ullo in loco vel ecclesia etiam quomodolibet exempta ullam insolitam ponere vel ponendam curare imaginem nisi ab episcopo approbata fuerit. Nulla etiam admittenda esse nova miracula nec novas reliquias recipiendas nisi eodem recognoscente et approbante episcopo”, DS, 1821-1825.
[31] Cfr. ASDA, Visite Pastorali, I Sacra Visita mons. Peruzzo 1932, f. 14.
[32] Tracce di devozione, culto e presenza del Culto di Santa Vittoria li ritroviamo anche nei registri delle Visite Pastorali dei Vescovi di Agrigento, vedi ASDA, Visite Pastorali, Reg. Vis 1667-1669, f. 23v; Reg. Vis. 1732, f. 9r; I Sacra Visita mons. Peruzzo 1932, f. 14.
[33] Pensiamo qui ai reliquiari dell’officina limosina della fine del XIII secolo, contenenti le reliquie del Beato Matteo, uno, e dei Santi Epifanio e Urbano, l’altro, adesso esposti nel Museo Diocesano di Agrigento.
Ultimo aggiornamento
5 Maggio 2024, 09:21
Archivio Storico Diocesano 